Industria 4.0, servono competenze e collaborazione

il prof. Luca Iuliano, Presidente del CIM 4.0 – Competence Center,

di Luca Iuliano

Il manifatturiero italiano ha bisogno di digitale, che va declinato in tecnologia hardware e software. Riguarda quindi tutte le varie tematiche di Industria 4.0, dai big data alla cyber security, all’AM fino alla robotica collaborativa. Tematiche che evolvono in modo molto rapido e spesso le aziende, soprattutto le più piccole, hanno difficoltà a mantenere i propri dipendenti al passo con la tecnologia. L’obiettivo del nostro learning hub, dunque, è fare l’upskilling e il reskilling delle persone che operano in azienda. La CIM4.0 Academy ha dato una risposta in questi termini in quanto, seguendo la politica del Competence Center, non forma i giovani che escono dall’Università, bensì ridà le competenze sia a chi opera in azienda sia a coloro che purtroppo per la congiuntura economica hanno perso il lavoro o sono in attesa di ri-collocazione e necessitano di essere aggiornati.

Industria 4.0: il ruolo dei Comeptence Center

Oltre ad avere le competenze al proprio interno per svolgere queste attività, le PMI devono anche investire in nuove tecnologie, come l’additive manufacturing o la robotica collaborativa in modo da soddisfare le richieste del mercato. Per queste finalità se da un lato il Competence Center ha attivato il progetto di formazione, dall’altro le piccole e medie imprese hanno la possibilità, prima di effettuare gli investimenti, di testare le proprie soluzioni sulle linee del Competence Center – in ambito sia di digitalizzazione della fabbrica sia di AM – utilizzandole come una sorta di palestra ed evitando così il rischio di effettuare investimenti non corretti.
È importante che il cambiamento coinvolga tutte le parti coinvolte. Da un lato l’Università deve essere aperta alle richieste del mondo industriale in modo da rispondervi con progetti di ricerca che siano adeguati alle loro necessità. La ricerca di base è fondamentale, ma bisogna anche essere aperti ad attività più legate al trasferimento tecnologico, andando a risolvere dei problemi che le aziende possono avere. L’Università può agire in due modi: innanzitutto dando uno strumento di formazione per poter rendere l’azienda indipendente nell’ambito dell’AM e poi può definire tirocini, insieme alle imprese, in cui giovani che sono già stati formati sulla fabbricazione additiva e sull’ottimizzazione topologica posso entrare in azienda e dare il proprio contributo. Le aziende viceversa devono crederci e portare all’Università problemi concreti.
È un metodo che, secondo me, bisogna adottare; che sia un voucher, un progetto nazionale o europeo l’importante è lavorare assieme per definire e portare avanti obiettivi comuni. Questo richiede ovviamente che ci sia un’apertura mentale sia da parte dell’azienda sia da parte dall’Università che, soprattutto nel settore tecnologie e sistemi di lavorazione, deve essere un po’ più vicina all’impresa rispetto a quanto fatto finora».

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